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Da portieri a infermieri, Marino e Bassi: "Non ci sentiamo eroi, in prima linea sempre anche quando non c'era il virus"

11/04/2020

A parare sono abitutati ma ora non impediscono che un pallone vada a finire alle loro spalle ma qualcosa di molto più serio ed importante: le paure dei pazienti, che sia Coronavirus o qualsiasi altra tipologia di patologia. Parliamo di due giovani salernitani, Roberto Marino e Daniele Bassi, da qualche mese impegnati rispettivamente in Veneto e Lombardia.

QUI VENEZIA

"Siamo rimasti tutti spiazzati dall'esplosione del virus - spiega Roberto, impegnato all'Ospedale San Camillo di Venezia Lido - Fortunatamente ho un carattere forte che mi permette di lavorare serenamente e con la stessa applicazione in ogni caso. Dove risiedo io la situazione è leggermente più tranquilla rispetto a zone circostanti ma le abitudini di vita sono radicalmente cambiate. Professionalmente siamo stati stravolti, dovendo soprattutto modificare l'approccio ed il contatto con i pazienti. Nel mio caso, sono abituato molto ad interloquire, a sorridere: ora è più difficile farsi capire ma non ci tiriamo mai indietro. Il nostro obiettivo è quello di aiutare il prossimo in ogni condizione e situazione, è solo cambiato il modo di farlo". Dopo tante soddisfazioni sui campi provinciali e regionali tra Salerno e dintorni, non ultima la vittoria del campionato di Prima Categoria con l'Honveed Coperchia lo scorso anno seguita alle varie esperienze con Campagna, Buccino, Gregoriana, Abellinum e così via, Marino non rimpiange il passato e si è ben inserito nel nuovo contesto lavorativo, continuando fino a quando è stato possibile a divertirsi con i guantoni a difesa della porta della locale compagine del San Pietro: "Mi sono inserito velocemente, aiutato anche da altri ragazzi del Sud alle prime esperienze vere e proprie fuori casa e dalla predisposizione ad un lavoro di gruppo con l'equipe medica improntata sul reciproco sostegno - prosegue - Sono contento, dove mi trovo mi sento tutelato. Il rischio di contagio c'è per tutti ma l'imprinting adottato mi lascia più sereno: ad esempio, per ogni caso sospetto di un familiare, si viene messi in malattia con retribuzione. Non ci sentiamo eroi, noi infermieri ci siamo sempre stati: in prima linea contro qualsiasi patologia. Fa piacere che adesso venga rivista la nostra figura ma trovo assurdo ed incomprensibile casi di aggressioni come quelle registrate in qualche città. E' vero, prendiamo meno soldi di lavori con meno responsabilità, ma fare l'infermiere è una vocazione ed assistere alla riabilitazione di un paziente, dall'ingresso in Ospedale alla sua uscita con le sue gambe, non ha prezzo. Le soddisfazioni sono ben altre rispetto al versante economico". In conclusione: "Sono convinto che tutto si sistemerà, mi preme solo sottolineare l'importanza dei tamponi per gli operatori sanitari perchè si rischia di innescare un circolo vizioso che porterebbe a non uscire mai da questa situazione. Ci sarebbe meno forza lavoro, viste le alte percentuali di positività, ma diventa qualcosa di inevitabile per evitare di compromettere la battaglia al nemico invisibile".

QUI VARESE

Situazione con qualche analogia e qualche differenza ma il succo non cambia. "Indubbiamente fa piacere che la nostra figura venga rivalutata quando fino a pochi mesi fa veniva etichettata, erroneamente, sotto qualsiasi forma non rispondente al ruolo reale svolto. Allo stesso tempo non mi faccio troppe illusioni perchè quando tutto finirà, si spera il prima possibile, torneremo a fare quello che la gente pensa comunemente quando in realtà noi siamo sollecitati sempre, in ogni circostanza e situazione e con minori tutele rispetto a tante altre categorie professionali". Esordisce così Daniele, anche per lui tanti anni di passione tra i pali delle porte di Due Principati, Olympic, Salernum, Audax, Pol.Baronissi e Longobarda: "Fortunatamente sto lavorando in una clinica privata (a Luino, nel varesotto) e per il momento non sono in "trincea" - continua - sicuramente non è facile perché a lavoro sei superconcentrato e attento alla tua salute ma soprattutto a quella dei pazienti, ma quando finisci il turno, inevitabilmente, il pensiero va innanzitutto a mia mamma e mio papà che nonostante queste restrizioni devono comunque andare a lavoro, ma anche a mio fratello e soprattutto alle nonne che come ben sappiamo sono quelle più a rischio". Il giovane salernitano prosegue: "Premetto che non mi sento di essere paragonato a chi ogni giorno rischia veramente la vita stando a contatto con pazienti risultati positivi al Covid-19 poichè ho la “fortuna” di lavorare in una clinica privata in una delle pochissime zone della Lombardia dove non ci sono molti casi, nonostante questo però a lavoro ovviamente l’uso dei DPI e di tutte le misure di prevenzione è aumentato. Per quanto riguarda la vita quotidiana lo stress inizia ad accumularsi poiché oltre il lavoro non è possibile praticare più nessun tipo di attività di svago, non c’è più quella “valvola di sfogo” che c’era prima. Ho avuto la fortuna di essermi trovato in un contesto dove la metà dei dipendenti viene dal sud Italia come me, ed essendo il più piccolo sono stato trattato fin da subito come se fossi un loro figlio. Indubbiamente è risaputa la differenza di organizzazione ed impostazione del lavoro rispetto alle nostre parti, di conseguenza i mezzi a disposizione sono qualitativamente e quantitativamente migliori, ragion per cui i nostri colleghi meridionali stanno facendo davvero il massimo seppur in condizioni non sempre ottimali". 

Redazione Sport - Sport , Attualità -

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