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Del Gaudio: “Con Bar Dell’Opera racconto storie di leggerezza calviniana”

19/12/2018

Attore, cantante e drammaturgo, Roberto Del Gaudio incarna quella napoletanità eclettica che hanno fatto propria i grandi dello spettacolo e dell’arte. Cofondatore e voce dei Virtuosi di San Martino, ha da poco edito per la casa editrice Iuppiter il volume “Bar Dell’Opera”, un insieme di racconti legati tra di loro da un filo rosso di tematiche molto vicine, anche secondo l’autore, a quelle care ad un Italo Calvino che dell’alienazione e dello smarrimento esistenziale fu ideologo e, sulla scia di suoi illustri predecessori, suoi stessi ispiratori e maestri, teorizzatori.

Bar Dell’Opera è un sapiente affresco dei luoghi, personaggi, situazioni, comportamenti ed azioni simultanee ,nascoste, evidenti ed istintive di un popolo variegato, diviso tra una razionalità comune ed una perdita di equilibrio.

-Del Gaudio, leggerezza calviniana ed una somma di tutti i personaggi della sua Napoli che tanto ha omaggiato con la sua arte. E’ questa l’ispirazione che ha fatto da padrone per la scrittura di Bar Dell’Opera?

- Da anni io cerco di rompere la cosiddetta quarta parete, una convenzione teatrale che nasce con il teatro di fine Ottocento. In teatro già da anni rompo la quarta parete perché la convenzione piccolo borghese dispone l’interno nella quale viene trasformato questo ventre, questa bocca che è il teatro, questa bocca che ho provato a spalancare completamente abolendo la finzione convenzionale: il palcoscenico non esiste, gli attori si stanno arrovellando nel loro piccolo dramma borghese e viceversa gli attori non sono attori per il pubblico. Invece a Teatro, con i Virtuosi, abbiamo provato sin da subito a sfondarla questa quarta parete.

Lo stesso intento è quello che muove questo libro di racconti che disvela, calvinianamente, omaggiando, appunto, Italo Calvino ma anche Tommaso Landolfi, il fatto che al centro della narrazione esiste un’impalpabilità di fondo: la finzione rende impalpabile la narrazione. Questo lo diceva già Jacques Derrida riguardo la stampa: la stampa non informa sui fatti, ma informa in fatti; perché la narrazione di per se, una volta filtrata dal diaframma del narratore diventa atutomaticamente una finzione.

-Quali sono i Suoi modelli letterari? Avete citato Calvino…Sente di ispirarsi anche alla grande Letteratura napoletana? Da la Capria a Domenico Rea…

- Io penso che Napoli non abbia conseguito grandi vette nell’ambito della Letteratura, tranne La Capria o Rea; la mia ispirazione è più sulla tradizione della letteratura duo-siciliana; la letteratura italiana deriva da quella siciliana sia dal punto di vista della lingua (si pensi a Cielo D’Alcamo), sia per la grande scuola siciliana che precede Dante. Il grande romanzo del Novecento trae le sue vere connotazioni in Sicilia. Non dimentichiamo che Elsa Morante ha origini siciliane, non dimentichiamo Sciascia, non dimentichiamo Bufalino, Pirandello, la grande poesia di Quasimodo. La mia ispirazione su Napoli riguarda più il teatro , il teatro eduardiano.

-C’è un racconto di “Bar dell’Opera” che preferisce per un qualche particolare motivo, che l’ha toccata nella carnalità?

-No, non riesco a sceglierne uno. Essendo dei racconti legati da un filo rosso non posso sceglierne uno in particolare. Li preferisco tutti, in pari misura.

-Cosa suggerirebbe Lei ai giovani, per appassionarsi allo studio della Letteratura ed al teatro? In una società che non mette in primo piano l’approfondimento dei classici della Letteratura o della cultura contemporanea quale è la ricetta da studioso e da cittadino che si sente di indicare per una rielaborazione di una propria e collettiva coscienza civile?

-Dipende dai singoli. La nostra scuola è ai minimi storici, il nostro Ministero della cultura sta privatizzando i musei e svendendo il nostro paese, che vuol dire svendita della memoria del paese. I giovani devono sforzarsi autonomamente, con passione e curiosità, alla vera cultura. Quello che posso suggerire, dalla mia esperienza, è leggere moltissimo ma leggere non per divertimento o per intrattenimento. Leggere per diventare quello che si legge e per poi abbandonarlo. Per far diventare un libro o un autore un proprio organo: al posto di un rene ci si deve trapiantare  Dostoevskij, al posto di un testicolo Elsa Morante; il corpo deve diventare una riserva di parole, di concetti, di simboli, di metafisica. No, la lettura non può ridursi solo all’intrattenimento. Questo è il problema cardine della nostra epoca.

 

 

Stefano Pignataro - Rassegna -

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